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Testimonianza di Maurizio Baroni su Mario Rigoni Stern

Quest'anno a settembre abbiamo ripreso i nostri incontri ci Campo maschile leggendo alcune pagine del libro di Mario Rigoni Stern (autore tra l'altro del Sergente nella neve), intitolato Arboreto salvatico, dedicato agli alberi e alla loro importanza per noi umani...e abbiamo scoperto che Maurizio lo ha conosciuto personalmente e ha intrattenuto con lui uno scambio fecondo di pensieri ed emozioni.

Lo ringrazio per la sua testimonianza che potete leggere qui di seguito.

 

Un ricordo personale di MRS per Campo Maschile,

L’ incontro con MRS è un susseguirsi di coincidenze.

Il primo incontroè stato con un libro che allora non lessi: Uomini boschi e api. Sul retro c’erano scarne note biografiche: alpino reduce dalla ritirata di Russia, internato nel lager dopo l’otto settembre, impiegato del catasto, scrittore naturalista. Richiusi il libro, troppo semplice: allora pensavo che la verità soggiacesse nella complicazione e che si potesse abbracciare solamente affinando cultura e intelligenza.

Uomini (…) Boschi (…) Api (…): parole significato che mi accompagnano da allora.

Il secondo incontro,ritrovando in uno scantinato una preziosa prima edizione Mondadori de Il Sergente nella neve e che questa volta lessi. Il racconto della catabasi seguita all’aggressione dell’Italia fascista alla Russia, una di quelle letture travolgenti da non riuscire a fare e pensare altro finché non termini di leggere.

Ma Mario non era autore di quel solo libro, il sergente della catabasi russa, piuttosto di una luminosa costellazione di racconti che ci parlano di storia dalla parte degli umili, di affetti, di memoria, di equilibrio fra agire dell’uomo ed ambiente. Aprendo la porta dei racconti di Mario, si sono aperte porte che ti hanno fatto affacciare a persone, mondi, cosmogonie.

A seguire il Sergente lessi il numinoso Bosco degli urogalli, che comunica forza delicata e poetica fin dal titolo. L’urogallo, la volpe,illepre sono animali tratteggiati in modo così primigenio da rovesciarsi nella loro idea: diventano quasi sentimenti e moti dell’anima. Così, nell’attesa gelata del cacciatore, la volpe scivola nel sogno e nel gelo notturno volteggia nell’aria usando la coda a timone.

Mettendomi quindi sulla sua traccia, come nei racconti di caccia di questo libro, nel corso degli anni lessi tutto, anche i racconti dimenticati, non raccolti, che Rigoni aveva ritenuto di lasciar cadere, bellissimi anche quelli. Come il ricordo delicatissimo e devoto alla madre “Can de Toso tu mi farai morir”. Gli ultimi libri, i più tardi, a una prima lettura sembravano non aggiungere nulla: a distanza di tempo invece, riletti, ti aprono squarci di vissuto e malinconia.

Il terzo incontro ancora per coincidenza; scendo in fabbrica a bere un caffè, io che non bevo caffè; all’erogatore saluto un collega, che non conosce se e cosa leggo che mi dice, “Sai che stasera a Castegnato c’è Mario Rigoni Stern?”.

“Ah…! ok”.

Sapevo che Mario veniva spesso nel bresciano perché aveva fatto la guerra in Albania e Russia con gli alpini del battaglione Vestone. Conosceva il nostro dialetto, nei suoi libri non mancava di citare e motteggiare i nostri tipici Encùlet, Giagianes, Ciavad de Brésa, Pusìbil na cavra de sét quintai. Me ne disinteressavo per indolenza e non farlo divenire un feticcio.

Ma quella volta (…) Quindi alla fine dell’incontro di Castegnato gli strinsi la mano inbambolato e sedetti al tavolo a distanza di due posti da lui; un alpino parlava della sua salita al San Matteo del gruppo Ortles mentre lui piluccava svagato uva bianca da un cesto di frutta e taceva. Andai a conversare con la moglie Anna che lo attendeva in piedi, discosta e che lo accompagnava sempre.

Il quarto incontroè stato nei sogni: spesso sognavo di camminare per Asiago, in via Ortigara cercando la sua casa. Una volta in un sogno mi indicò un sestante mentre parlava di Baliano, che scopersi poi essere il nome di un crociato del regno di Gerusalemme, Baliano di Ibelin. Da molti anni lo rileggo solo nella mente e non lo sogno più. A volte guardo i suoi libri allineati vicino a quelli di Primo Levi e Nuto Revelli e basta passare il dito e leggere i dorsi per richiamare il loro ricordo, come questo:

A Mario e Nuto

Ho due fratelli con molta vita alle spalle
nati all'ombra delle montagne.
Hanno imparato l'indignazione
nella neve di un paese lontano,
ed hanno scritto libri non inutili.
Come me, hanno tollerato la vista
di Medusa, che non li ha impietriti.
Non si sono lasciati impietrire
dalla lenta nevicata dei giorni.

Primo levi

(Nota: Poesia fuori raccolta inviata a MRS per lettera poco prima di dipartire; Mario è lo Stern mentre Nuto è Nuto Revelli)

Con un amico importante, suo biografo, andammo a Cologne bresciano da Nelson Cenci allora 92enne, compagno d’armi di Rigoni. Uno pensa al nome: Nelson, e di certo doveva essere un uomo straordinario uno con un nome così; era mite e straordinario, un gran signore, esattamente come appare nella rievocazione di Rigoni. Rimanemmo a conversare davanti al caminetto della sua cascina a piede di monte, ci raccontò di quando l’aveva visto ad Asiago su letto di morte ed il dettaglio delle lenzuola bianche ricamate, per poi ricordare l’ultimo caposaldo su fiume Don in terra di Russia ed infine l’alba della battaglia di Nikolaevka.

Cenci ci disse che secondo lui si aspettò troppo a cercare di passare e questo consentì ai russi di sbarrare il passaggio della ferrovia, causa questa della carneficina degli alpini. Cenci stesso che era di Rimini ed aveva il grado di tenente fu mitragliato alle gambe e fu trasportato su una slitta fuori della sacca dai suoi alpini di Cologne. Per sbaglio fermai la registrazione video che stavo facendo, sono passati molti anni, non mi disse niente ma credo che il mio amico abbia ancora il desiderio di picchiarmi.

Alle pareti notai la foto con Nelson, Mario e Padre Ottorino Marcolini dell’oratorio della Pace di Brescia, scattate sotto il portico della cascina dove ci trovavamo. Ci fece vedere una copia del fucile parabellum, l’originale gli venne rubato in Russia quand’era in ospedale. Gli dicemmo “Lo sai che nel Sergente sei citato 66 volte?” Lui rispose “Davvero così poche? E io che pensavo almeno 67”.

Ogni tanto torno a trovarlo al cimitero di Cologne, dal suo loculo si può vedere il monte e la cappella della Madonna della Pace, che insieme ad altri reduci fece costruire sulla sommità del monte.

L’ultimo incontro con Rigoni è stato con il figlio Gianni Rigoni Stern, 5 anni fa. Gianni è agronomo in pensione, lo invitai a Chiari a parlare della sua iniziativa, la Transumanza della pace nata per favorire l’allevamento delle vacche nelle zone di guerra della ex Jugoslavia.

Gianni Rigoni racconta di aver ritrovato in Bosnia la stessa distruzione dell'altipiano dei sette comuni del dopo la Strafexpedition, prima guerra mondiale; di lì il suo adoperarsi per la ricostruzione materiale improntata al lavoro. Una ricostruzione basata sull’aiuto rappresentato dalle bovine di razza Rendena, adatte ai luoghi e condizioni difficili, aiuto accompagnato dall’informazione e la formazione riguardante le tecniche agropastorali.

Un percorso, quello di Gianni, iniziato sul finire della vita di suo padre, grazie ad un provvidenziale incontro nella casa di Valgiardini; in qualche modo la continuazione del percorso di umanità, solidarietà, fratellanza universale che è stata la cifra dello scrivere e della vita di Mario Rigoni Stern.

Gianni è oggi un uomo anziano, un omone grande e ruvido dalla barba bianca e gli occhi sinceri. Pur abituato a parlare in pubblico, alla fine parlando del padre, si fermò e pianse.

MRS è un uomo che radicato nel suo altipiano di Asiago ha saputo parlare al mondo; i suoi libri sono stati tradotti in ogni lingua dal francese, al russo, all’ebraico, al giapponese. Rigoni prima di morire organizzò un convegno di tutti i suoi traduttori in Asiago.

Esistono dei carteggi e pensieri dei suoi traduttori che ho la fortuna di avere, specie il giapponese, Hiroto Koga e la moglie Keiko, che lo consideravano con devota e delicatissima amicizia.

Di Hiroto ritiratosi dal mondo dopo la morte di Keiko, non sappiamo più nulla; mi rimane impressa questa sua “Se combattiamo periremo, se non combattiamo periremo lo stesso. Allora, combattiamo!”.

Ho poi conosciuto il suo traduttore israeliano Arno Baher, che oggi vive a Gerusalemme. Bambino fu espulso dalla scuola elementare Stoppani di Milano a causa delle leggi razziali del ‘38; la famiglia riuscì a rifugiare in Svizzera prima di essere colta dalla furia di quel tempo scatenato; ha scritto di questo esodo forzato e vicissitudini ne “La lunga strada dal Reno al Giordano” ed. Giuntina


Termino queste note con la traccia da “L’ultima partita a carte” -Pag. 105-106-
Padre Marcolini mi aveva donato un piccolo Vangelo. Incominciai a leggere. Quando arrivai al Discorso della Montagna tutto mi apparve chiaro, mi sembrava di capire senza alcuna ombra. Era la fame che mi aveva portato a questa chiarezza di pensiero? Capii che gli uomini liberi non erano quelli che ci custodivano, tanto meno quelli che combattevano per la Germania di Hitler. Che noi lì rinchiusi eravamo uomini liberi.
MRS, Asiago 15 Aprile 2002”


In fondo quando, anche solo per un istante, mi è capitato di vedere limpidamente ho compreso di dover cercare di seguire l’esempio di donne e uomini come Mario, vale a dire di chi, conoscendo le tenebre, ha camminato alla chiara luce del sole.

 

Grazie, Maurizio Baroni

Adro, 19/09/2019

 

Post scriptum:

Sogno del 26 Settembre 2019

Mario ed io abbiamo lasciato Brescia, provenendo da un Oratorio di Brescia città; siamo arrivati attraverso via Milano e via Vallecamonica ed ora siamo all’altezza dello svincolo di Castegnato dove c’è la concessionaria Iveco VIVA Brescia diesel; il paesaggio è normale come nella realtà, non alterato, (mentre in altri sogni ricorrenti mi trovo su questa stessa strada appiedato e in condizioni di dovere ritornare a casa con la strada accidentata, in terra battuta, che credo di conoscere ma si dimostra ostile, buia e sconosciuta).

Stiamo soli, attendendo sulla piazzola e gli chiedo se vuole che lo riaccompagni ad Asiago; Mario risponde che non farà ritorno ad Asiago perché suo figlio ha affittato una casa a Ponte di Legno da una persona di cui mi specifica il nome, come se potessi o dovessi conoscerla. Penso, “passeranno del tempo là, perché Ponte di Legno fu distrutta come Asiago dai bombardamenti austriaci della prima guerra mondiale”.