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La fragilità degli anziani: perdita e apertura al senso della vita

Paolo Ferliga  

         La fragilità degli anziani: perdita e apertura al senso della vita
         pubblicato in Fragilità e affettività nell’anziano, FrancoAngeli Psicologia, Milano 2015

  

  1. La fragilità dell’anziano in una società che invecchia.

   L’invecchiamento della popolazione è un fenomeno che riguarda ormai tutto il mondo; più rilevante nei paesi sviluppati, dove l’attesa di vita si avvicina oggi agli 80 anni, coinvolge anche i paesi in via di sviluppo, dove l’attesa di vita si avvicina ai 70. Solo in Giappone la popolazione anziana supera il 30% del totale, ma si calcola che entro il 2050 ben 64 paesi raggiungeranno questo risultato.

   Per quanto riguarda l’Italia, secondo i dati Istat(dicembre 2011) l’età media aumenterà da 43,5 del 2011 a 49,8 del 2059 e gli anziani, gli ultra sessantacinquenni, passeranno nel 2043 dal 20,3% al 32% del totale della popolazione. Il costante invecchiamento della popolazione, risultato da un lato della crescita e dello sviluppo economico, dall’altro della diminuzione delle nascite, ha favorito negli ultimi decenni alcuni cambiamenti di rilievo nella clinica: la geriatria e la gerontologia si sono sviluppate come aree di un sapere specialistico, trovando spazio negli ospedali e i vecchi ospizi si sono trasformati in ricoveri dignitosi e funzionali. Anche a livello culturale-istituzionale si nota una maggiore attenzione e sensibilità per le problematiche che riguardano la terza età: convegni, giornali e riviste si interessano degli anziani, a loro è stato dedicato un documento dal Pontificio consiglio dei laici (1998) e per loro sono stati dichiarati l’anno dell’anziano (Onu 1999) e la giornata internazionale dell’anziano (1 ottobre 2012).
   Eppure, nonostante questa attenzione, l’impressione principale, suffragata dall’osservazione della realtà a noi vicina e dalla diffusione di malattie come la demenza senile e l’Alzheimer è che, nella nostra società e nella nostra cultura, non ci sia una comprensione profonda delle dinamiche psichiche nella vecchiaia e che, di fatto, l’anziano subisca un processo di esclusione, che non contribuisce certo al suo benessere psico-fisico. In questo processo si coniugano fattori oggettivi e soggettivi.
    Dal punto di vista oggettivo, l’espulsione degli anziani dal ciclo produttivo col sopraggiungere dell’età pensionabile, tende a segregarli e marginalizzarli. In una società che considera la produzione di ricchezza uno dei suoi obiettivi più importanti, l’anziano che non produce, non serve più. In una società che ha fatto del progresso il suo mito, l’anziano che proprio per la sua età non può più progredire, viene considerato un peso o un ostacolo. L’età della pensione, attesa come un toccasana, in particolare da chi ha svolto lavori usuranti o monotoni, si rivela così priva di quelle attrattive che ci si aspettava. Per chi non riesce a dare un nuovo senso alla propria vita, la terza età diventa così il luogo psichico della depressione. Forse, proprio per questa ragione, in quegli ambiti ristretti, ad esempio nell’attività politica, in cui è possibile mantenere un ruolo anche dopo i 65 anni, le persone restano incollate ai loro posti di potere e faticano a lasciare spazio ai più giovani.
   Dal punto di vista soggettivola vecchiaia viene vista con paura, come un’età in cui non si può più fare quello che si faceva prima, in cui il fisico e la mente sono più deboli, in cui non si è più in grado di rispondere alle aspettative sociali. Un’età fragile in cui il rischio di finire in frantumi è sempre più reale. Incombe l’ombra della morte, che fino allora era stata rimossa, ricacciata nell’inconscio, come un fatto che riguarderebbe solo gli altri. Nello stesso tempo il  futuro non sollecita più l’impegno per migliorare la propria situazione e lo sguardo tende così a rivolgersi verso il passato. Il passato però mostra una realtà che non esiste più, che non può tornare, e quello sguardo mette l'anziano di fronte al nulla e a quel tipo particolare di angoscia che la percezione del nulla sempre suscita. Si apre così nella psiche una situazione drammatica, che spesso la coscienza non è in grado di governare e che può compromettere gravemente l'equilibrio psichico di una persona.

 

  1. Una nuova esperienza del tempo.

   In questi ultimi anni mi è accaduto di incontrare, come psicoterapeuta, uomini che dopo aver maturato l’età della pensione non riescono più a dare significato alla propria vita. Si sentono depressi, privi di energie fisiche e psichiche, non hanno più voglia di vivere e talvolta pensano al suicidio come via di uscita, come se l’unico modo di superare la paura della vecchiaia fosse di evitarla, anticipando la propria morte. Alcuni fatti di cronaca, che raccontano di uomini che hanno deciso di affrontare la “dolce morte” in una clinica svizzera, sono visti come possibile soluzione per liberarsi da un dolore sordo e persistente, da un vero e proprio male di vivere. Talvolta il disagio psichico è manifestato da persone che si trovano solo all’inizio della loro vecchiaia e che vivono ancora circondate dall’affetto della famiglia. In questi casi ciò che procura angoscia non è dunque una situazione oggettiva di solitudine, quanto piuttosto la percezione soggettiva di non essere più utili, di non poter più offrire le prestazioni di un tempo. L’impressione è che queste persone siano dominate, anche a livello inconscio, dalla logica dell’utilità alimentata dai miti della produzione e del progresso, che occupano tanta parte dell'immaginario collettivo e che sono profondamente radicati nelle forme di vita della società contemporanea.

   Per superare il disagio che deriva dalla percezione della propria inutilità è necessario uscire da questa logica e riconoscere che la psiche chiede, quando si è anziani, più libertà di prima.Dopo anni dedicati al lavoro, al perseguimento di obiettivi, diviene importante assaporare una libertà svincolata da qualsiasi progetto, scoprire il piacere di un tempo privo di impegni e di appuntamenti, di un ozio non più finalizzato a ricostituire le forze per conseguire nuovi risultati, ma goduto nella sua dimensione di abbandono alla vita e di accettazione del tempo che passa. Quando si invecchia è importante dunque lasciare la concezione linearedel tempo, vissuto come un susseguirsi di momenti in cui è sempre possibile  progredire. Una concezione che aiuta, da giovani, a protendere lo sguardo verso il futuro e a superare gli ostacoli che la vita comporta, ma da vecchi aumenta il senso della propria inutilità. Da vecchi acquista invece valore un tempo ciclico, scandito sullo scorrere naturale delle stagioni, un tempo in cui un anno assume un valore incommensurabile, non più misurabile sulla durata degli anni trascorsi. Il presente può così svelare un’importanza che non aveva prima, quando, come dice S. Agostino, dileguava sempre tra passato e futuro. La percezione di questa nuova dimensione del tempo è indispensabile per riconoscere nella vecchiaia un’età in cui è possibile godere ancora della vita, in cui la fragilità diventa l’occasione per liberarsi da schemi di vita troppo rigidi, in cui il vecchio ridiventa un poco bambino e ridà spazio al gioco e al divertimento.
   La percezione della dimensione ciclica del tempo, consente a chi è ormai vecchio, di dare un senso nuovo alla propria vita. I ricordi allora non imprigionano più e si possono trasformare in racconto e la solitudine non terrorizza, ma può essere vissuta come occasione preziosa per conoscere se stessi. In questo modo anche la relazione con gli altri diviene di nuovo possibile. Alcuni anziani scoprono così che possono ancora dare qualcosa di sé ai più giovani. I nonni, ad esempio, sentono che possono rapportarsi ai nipoti in un modo più libero di quanto sia stato con i figli, possono giocare e divertirsi con loro e nello stesso tempo insegnare loro tante cose.

 

  1. Una prospettiva archetipica.

   Questa nuova esperienza del tempo, che consente di rivivere nella vecchiaia una dimensione tipica della fanciullezza, ha un riscontro archetipico. Carl Gustav Jung, che da vecchio giocava a disegnare corsi d’acqua tra i sassi, nel giardino di Bollingen sul lago di Zurigo, sotto lo sguardo curioso e divertito del nipote Dieter Baumann, con la scoperta degli archetipi dell’inconscio collettivoha dato un contributo fondamentale alla comprensione di alcuni aspetti essenziali della vita psichica e offerto alla psicoterapia un nuovo campo d’indagine.

   Gli archetipi sono i modelli, le forme originarie da cui scaturiscono immagini molteplici che possono comparire nei nostri sogni. A differenza delle immagini contenute nell’inconscio personale, gli archetipi rimandano a una dimensione trans-personale. Un esempio può aiutarci a comprendere il significato di questo termine. Un giovane uomo che abbia perso il padre quando era molto piccolo non può ricordarne la fisionomia. Nei suoi sogni il padre personale comparirà sempre mediato dai racconti della mamma e dei familiari più stretti o dalle fotografie che gli sono state mostrate. Quando sogna o immagina suo padre, l'immagine che gli si presenta richiama quei racconti o quelle fotografie. Ma nulla impedisce a questo giovane di sognare, ad esempio, un ragazzo che va a pesca col padre. Questa immagine può toccarlo profondamente suscitando in lui sentimenti di forte nostalgia, oppure di dolore o ancora di gioia. Non si tratta dell'immagine personale del padre, ma di un’immagine trans-personale che rappresenta, in un certo senso, tutti i padri e quindi, in modo archetipico, anche il padre che lui non ha conosciuto.

   Nella relazione transferale (così chiama Freud lo scambio affettivo tra terapeuta e paziente) dunque, non si attivano solo contenuti psichici di tipo personale, legati al vissuto individuale, ma anche contenuti di tipo trans-personaleveicolati da immagini, prodotte dagli archetipiche abitano l'inconscio collettivo.  Il contatto con queste immagini, che non compaiono solo nei sogni, ma anche nei miti, nelle produzioni artistiche e nelle fantasie deliranti, arricchisce la vita psichica e consente alla coscienza di superare quella dimensione unilaterale e personale che necessariamente la contraddistingue. L'unilateralità della coscienza dipende proprio dalla sua impossibilità di accedere all'inconscio, che però costituisce la parte più importante della nostra vita psichica. (Di solito siamo mossi più dall'inconscio che dalla nostra ragione, e le scelte, che ci appaiono dettate dalla coscienza, rispondono a ragioni che, per la coscienza, restano del tutto oscure.) La coscienza poi è per definizione personale: sono cosciente perché posso riferire determinati stati psichici o azioni alla mia persona: le immagini trans-personali dunque ampliano i confini della coscienza.    

   Nella psicoterapia di tipo analitico l'incontro della coscienza con gli archetipi aiuta quindi una persona a sentirsi più libera dai propri vissuti personali e, talvolta, a superare il dolore che la incatena al passato (Ferliga, 2011).

   Con i pazienti anziani che ho incontrato, ho sperimentato questa dinamica duplice: il loro racconto e i loro vissuti entravano in risonanza con la mia esperienza personale, ma nello stesso tempo producevano immagini di tipo transpersonale. Ho imparato così a riconoscere accanto al lato oscuro e terribile della vecchiaia, le sue potenzialità trasformative. Sul piano personale ho compreso la passione che mio padre Giacomo, geriatra e gerontologo, dedicava alla cura dei vecchi e riconosciuto quanto mio nonno abbia contato nella mia vita, trasmettendomi la sua gioia e voglia di vivere. Come ho potuto osservare dall’analisi dei sogni però, la relazione terapeutica attiva (potremmo dire costella con un bel termine coniato da Jung, che rimanda alle costellazioni celesti) anche una dimensione archetipicaparticolare, che ruota attorno alla polarità Senex-Puer, una polarità che congiunge l’immagine del Vecchio con quella del Fanciullo.  Proprio l’immagine del Vecchio che conserva dentro di sé il Fanciullo costituisce, secondo me, il fondamento archetipicodi quella che ho chiamato una nuova esperienza del tempo.

 

  1. Immagini archetipiche della vecchiaia

  Dal punto di vista della psicologia analitica è importante saper riconoscere l’archetipo Senex-Puer che, quando si attiva nell’inconscio, rende possibile quell’esperienza circolare del tempo che può aiutare a vivere l’aspetto creativo e trasformativo della vecchiaia.

   L’unità dell’archetipoSenex-Puerè resa in forma plastica dalle immagini dei fanciulli divini dell'Antica Grecia, Apollo, Ermes e Dioniso, che venivano raffigurati nei dipinti e nelle statue con un corpo da fanciulli e con una barba da uomini maturi. In quelle divinità convivono la freschezza della giovinezza con la saggezza della maturità. Lo stesso archetipo però, si presenta spesso in due immagini distinte: quella del Vecchio saggio e quella del Fanciullo divino (Hillman, 1988).  Per comprenderne meglio la funzione è importante tenere presente che queste due immagini riguardano un unico archetipo: l'una pertanto rimanda sempre all'altra, anche quando l'altra è assente. Quando compare soltanto il Vecchio è pertanto utile chiedersi che fine abbia fatto il Fanciullo e viceversa. Ciò segnala sempre qualcosa d’importante dal punto di vista psicologico. Se manca infatti una delle due immagini la psiche ne soffre.

 L’esperienza di un tempo ciclico è possibile se l’anziano può tenere vivo dentro di sé il Fanciullo, con la vitalità che questa immagine interiore comporta. Se invece il Fanciullo scompare, il Vecchio prevale con la dimensione depressiva che lo caratterizza. Nel caso contrario, più tipico dell’età giovanile e adulta, se scompare il Senex-Vecchio, il Puer-Fanciullo, privo della sua naturale polarità, si trasforma in Puer Aeternus, in un fanciullo che non vuole crescere, che non accetta lo scorrere del tempo, che si illude di poter restare sempre giovane e di poter evitare la vecchiaia (Franz von, 1992).   Solo la presenza del lato vitale e creativo del Fanciullo, accanto a quello esperto e saggio del Vecchio, consente l’equilibrio psichico e offre, da vecchi, la possibilità di sperimentare il tempo come ciclico.

   Il polo dell’archetipo che rappresenta la vecchiaia, quello del Senex, può presentarsi in forma positiva o negativa a seconda della sua relazione con il polo Puer.
   Un aspetto positivo del Senex è rappresentato dal Vecchio saggioche compare nelle fiabe e nei sogni “come mago, medico, sacerdote, maestro, professore, nonno o persona comunque  autorevole” (Jung, 1946/48).  Nelle fiabe spesso il vecchio aiuta il giovane protagonista quando si trova in difficoltà.  Il Senex rappresenta in questo caso riflessione, saggezza e prudenza, ma anche vitalità, forza e capacità di decisione. Spesso fornisce al giovane l’intuizione fulminea che gli permette di superare un ostacolo, di raggiungere un obiettivo.
   Un'altra immagine positiva del Senex è quella del Vecchio Folle,l'Old Fool che deve convivere con il Vecchio saggio, quando una persona invecchia, per garantirne l'equilibrio psicologico (Guggenbuhl-Craig, 1992). Il vecchio folle rappresenta la possibilità per la persona anziana di vivere libera dalle convenzioni e dagli impegni e mostra un aspetto psicologico che l'anziano condivide con il giovane, quel pizzico di follia che talvolta serve per affrontare le difficoltà della vita. Una rappresentazione filosofica del Vecchio folle è rintracciabile in alcuni dialoghi platonici, dove Socrate si chiude in una specie di isolamento e vive un'esperienza psichica di alterazione della coscienza. A questo proposito Platone parla di una specie di mania, una follia tipica dell'ispirazione poetica, dell'amore e dell'iniziazione religiosa.  Per una migliore comprensione psicologica della vecchiaia sarebbe interessante una ricerca sul rapporto tra presenza/assenza del Vecchio follee comparsa di disturbi psichici come la demenza senile o l'Alzheimer.
   Un aspetto negativo del Senex è invece rappresentato dall'immagine mitica di Krono. Nei sogni si presenta come un vecchio che incute terrore e nelle fiabe come un mago cattivo.  Nei miti greciKrono evira il padre Urano perché impedisce ai figli, generati con Gea, di venire alla luce.  A sua volta Krono però, per impedire che un figlio si impadronisca del suo potere, divora i suoi figli. Krono sarà poi sconfitto e imprigionato dal figlio Zeus.  Nel mito di Krono il Puer viene divorato dal Senex, come mostra con forza notevole uno dei quadri più famosi di Goya. Senza più rapporto col Puer però, nell’archetipo prende il sopravvento il lato oscuro e distruttivo.

   La figura di Krono contamina anche quella di Saturno, antichissimo dio italico, in origine protettore dei raccolti, che a causa di questa contaminazione assume aspetti psicologici prevalentemente negativi, a tal punto che il termine saturnino è diventato l'equivalente di depresso. L'immagine di Saturnodiviene così simbolo di celibato, mancanza di figli, vedovanza, abbandono dei figli appena nati, violenza e malizia nascosta. Diventa il dio della vecchiaia, della morte terribile, per impiccagione o annegamento, ed è associato alla bile nera e alla melanconia. Rappresenta un Io sclerotizzato, avaro e attaccato al potere, che non si lascia trasformare dal nuovo. Rigido, non si piega, ma si può spezzare favorendo il passaggio dalla melanconia alla paranoia. Dal punto di vista psicologico rappresenta l'aspetto distruttivo della vecchiaia quando vuole mantenersi legata al potere, un potere che ormai le sfugge (Klibansky, Panofsky, Saxl, 1983). 

   Un altro mito ci aiuta invece a cogliere in opposizione alla rigidità sclerotizzante di Krono, la ricchezza vitale che nella vecchiaia può nascere dalla fragilità. Si tratta del mito egizio di Iside e Osiride tramandatoci dalle iscrizioni sui sarcofagi e sui templi dell'Antico Egitto e ripreso da Plutarco.  Osiride viene scelto dal padre Geb come successore al trono. Il fratello Seth, invidioso, lo uccide, ne taglia il corpo a pezzi e li getta in mare. Iside, sorella e sposa di Osiride, percorre tutto il regno per ritrovare i pezzi del corpo del marito e ricomporlo. Dal punto di vista simbolico, come ha rilevato Vittorino Andreoli (Andreoli, 2008), questo mito ci presenta la fragilità non solo della vecchiaia, ma anche della vita umana, e mostra la forza che viene dal suo riconoscimento: Iside non si dà pace fino a quando non riesce a ricomporre il corpo del marito e poi, trasformatasi in sparviero, concepisce dal defunto Osiride il figlio Horo. Dalla fragilità riconosciuta e amata rinasce la vita. Il figlio veglia il padre morto e lo nutre: in questo modo Osiride può risorgere come divinità e assistere il figlio che, come Faraone, opera sulla terra per il suo popolo. In opposizione a Krono, Osiride rappresenta il padre che non tiene per sé il potere, ma lo lascia al figlio, il vecchio che accetta di lasciare il passo al giovane.  Confrontatosi con la morte, Osiride sa che solo così la psiche può rinascere, abbandonare la posizione melanconica e diventare creativa e vitale. Come nelle immagine plastiche dei fanciulli divini, nel mito di Osiride si coglie l’unità profonda dell’archetipo Senex-Puer, declinata nella relazione Padre-Figlio (Ferliga, 2011).

 

  1. La fragilità come cifra autentica della vita

   Con riferimento alle immagini archetipiche, in particolare quella del Vecchio folle e quella di Osiride, possiamo considerare la fragilità come la cifra più vera della vecchiaia.La psiche di una persona anziana può andare in pezzi se mancano l’amore della famiglia e l’attenzione della comunità, oppure se nella psiche individuale prevale l'aspetto distruttivo dell'archetipo su quello positivo. Ma la vecchiaia può essere anche il momento in cui il carattere e il destino di una persona si realizzano in modo compiuto. L'incontro con gli anziani, e l’accettazione del nostro diventare anziani, ci insegna che la fragilità, con i suoi aspetti di debolezza, insicurezza e transitorietà, richiama come suo opposto la capacità di resistenza, forza, sicurezza, che spesso si manifestano solo quando la vita entra nella sua ultima età. La fragilità si presenta allora come la cifra più vera anche di tutta la vita. Richiama il senso della perdita, che ci accompagna fin dall'inizio, quando abbiamo lasciato il paradiso dell’infanzia e ci ricorda la precarietà di ogni nostra situazione.  Accettare la perdita di potere e di ruolo, consente di tenere vivo nella propria psiche, insieme al Vecchio saggio e al Vecchio folle, il Fanciullo divino.  Nella vecchiaia possono crescere le paure: delle malattie, della solitudine, della dipendenza dagli altri, della perdita della propria autonomia fisica e psicologica, della morte e di quello che ci aspetta dopo. Ma la vecchiaia, l'età in cui una persona è ormai fuori dalla logica della produzione e del progresso è anche il luogo dell’essere, dove ciascuno può davvero, semplicemente, essere se stesso.  

 

Bibliografia

Andreoli V. (2008). L’uomo di vetro, Rizzoli, Milano.

Ferliga P. (2011, 2ed).Il segno del padre nel destino dei figli e della comunità. Moretti&Vitali, Bergamo.

Franz von M-L. (1992) L’Eterno Fanciullo. L’archetipo del Puer Aeternus. Red, Como.

Guggenbuhl-Craig A. (1992). The old fool and the corruption of myth. Spring Pubns, Putnam, Connecticut (Usa).

Hillman J. (1988). Saggi sul Puer. Cortina, Milano.

Jung C.G. (1946/48). Fenomenologia dello spirito della fiaba. Opere. Bollati Boringhieri, Torino, 1998.

Klibansky R., Panofsky E., Saxl F. (1983). Saturno e la melanconia. Einaudi, Torino.

 

 

Riassunto.

Nonostante l’attenzione che mass media e istituzioni dedicano alla terza età, la logica della produzione e del progresso, tipica dell’età contemporanea, costringe gli anziani in una posizione di marginalità e impedisce di comprendere gli aspetti profondi della loro psicologia. Uno sguardo archetipico invece, ispirato alle scoperte di Carl Gustav Jung ci consente di riconoscere, sullo sfondo personale dei vissuti psichici, le immagini trans-personali, gli archetipi, che popolano l’inconscio collettivo. Tra di esse l’archetipo Senex-Puer, che tiene insieme il Vecchio e il Fanciullo, getta una luce chiarificatrice sulla psiche della terza età: quando si attiva favorisce una nuova esperienza del tempo, un tempo non più lineare, costretto nella logica del progresso, ma circolare, scandito sul ritmo naturale delle stagioni. Questa esperienza rende possibile vivere da vecchi, non solo la paura per la malattia e la morte, ma anche la dimensione vitale e creativa tipica della fanciullezza. La fragilità degli anziani allora, in contrapposizione alla rigidità della nevrosi, può svelare anche a chi non è ancora vecchio, il senso profondo della vita.

 

 

Abstract

Old age brings two types of problems: from an objective point of view your working life has come to an end and you are not as productive as when you were young; from a subjective point of view you feel that your death is getting closer. Therefore in our society where productivity and progress are absolute values, elderly people may have psychological problems: they feel useless and without a future. But the elderly psyche has an important resource: when you are old you can experience time in a new way.  A time without aims, purposes, objectives, a circular time like the cycle of the seasons.

In our dreams we can find the images of this new concept of time. Carl Gustav Jung teaches that, in the collective unconscious,  dwell archetypal images which can amplify and de-personalizeour consciousness. Senex-Puer is the image which ties together the Old and the Young. This image makes it possible, when you are old,  to  have a new experience of time: like when you were a child, you can express your creativity and vitality, you can transform your fragility into freedom.