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Finis Austriae e rapporto Senex-Puer

La marcia di Radetzky di Joseph Roth

E’ nel momento dell’estrema perdita e dissoluzione, quando il vecchio ordine senex del mondo si dissolve e sembra trascinare con sé ogni speranza di nuova vita, che l’archetipo Senex-Puer riattiva la sua presenza feconda.

La dissoluzione dell’Impero austro-ungarico alla fine della Grande guerra, rappresenta anche la dissoluzione di un ordine senex del mondo occidentale. Quella dissoluzione, necessaria perché si affermasse l’Europa delle nazioni, si presenta prima di tutto come una perdita che segnerà profondamente la coscienza della Mitteleuropa.  “Nel 1918, un lavoro politico di secoli crollò come un castello di carte…la sconfitta militare fu seguita dall’annientamento non solo dell’autorità della monarchia, ma di tutti i preesistenti vincoli politici che tenevano insieme l’impero.” (Janik-Toulmin, La grande Vienna, 1975, Adelphi, p.13). Il romanzo di Joseph Roth  La marcia Radetzky si snoda velocemente tra il 1859, anno della battaglia di Solferino, e lo scoppio della guerra nel 1914, primo e ultimo atto del crollo dell’Impero. Il protagonista, Carl Joseph Trotta, orfano della madre, è avviato dal padre alla carriera militare. Allievo della Scuola cadetti, ogni volta che torna a casa per le vacanze viene sottoposto dal padre ad un freddo esame sulle sue conoscenze e sui suoi progressi alla scuola. Solo dopo tale esame, condotto dal padre con pignoleria da ragioniere, è possibile andare a tavola per consumare il pasto in un clima sempre freddo e compassato. Il padre Franz è infatti un impeccabile funzionario dell’Impero, avviato a sua volta da suo  padre alla carriera amministrativa. Il padre di Franz, nonno di Carl Joseph è diventato un eroe a Solferino per aver salvato la vita all’allora giovane Imperatore Francesco Giuseppe. Fatto nobile dall’Imperatore per questo suo gesto, Joseph Trotta diviene barone di Sipolje. La nobiltà ed il matrimonio con la figlia di una vecchia famiglia di funzionari statali accentuano la sua distanza dal vecchio padre, ormai invalido, che gli ricorda le sue origine slave e contadine. Tra padri e figli le relazioni hanno il carattere freddo e impersonale della burocrazia asburgica. I Padri impongono la loro volontà ai figli, che non sono contenti di fare quello che i padri vogliono. Non c’è iniziazione, ma imposizione. Il bisnonno invalido passa il suo tempo a curare il parco di un castello, mentre il barone Joseph, abbandonata la carriera militare, si prende cura in prima persona della tenuta della moglie diventando nei fatti un  contadino sloveno. Morta la moglie mette il figlio in collegio. Mai un regalo, mai una lode o un biasimo per le pagelle, le parole ridotte al minimo indispensabile. Al figlio non importa nulla di diventare un “bravo funzionario”. Vorrebbe invece dedicarsi alla cura della tenuta materna. Ma il padre, morendo, la donerà ad un’istituzione benefica. Per lui il figlio doveva diventare un burocrate dell’Impero. Era il suo modo di mantenersi fedele all’Imperatore. Lo stesso farà Franz, diventato capitano distrettuale, nei confronti del proprio figlio, obbligandolo ad una carriera militare che non sopporta. Anche Carl Joseph preferirebbe tornare alla natura,  andando  a vivere nel paese dei suoi avi, contadini sloveni. Tra padri e figli in questo scorcio di finis Austriae non c’è comunicazione: padri che non parlano ai figli, funzioni d’autorità al posto di figure iniziatiche, figli che non possono e non sanno parlare ai padri.  Tutti vorrebbero tornare, più o meno consciamente al mondo degli avi, ad una vita semplice, dura,  a stretto contatto con la natura.

Un giorno il capitano distrettuale Franz decide di portarsi il figlio Carl Joseph in un breve viaggio a Vienna. E’ l’occasione per un contatto più stretto tra padre e figlio. Per la prima volta Carl Joseph sente di dover proteggere il padre. Poi il figlio parte per il fronte orientale. Ha chiesto di lasciare la cavalleria, che non ha mai amato, e di passare alla fanteria. Vorrebbe essere mandato al sud, vicino al  paese delle sue origini. Ma l’accorta cancelleria imperiale, preoccupata che possa abbandonare l’esercito, lo spedisce da tutt’altra parte, al confine russo. Dopo aver partecipato alla repressione di uno sciopero, Carl Joseph matura l’idea di lasciare l’esercito, ma non riesce a decidersi, non sa come dirlo a suo padre. “Occupato in simili riflessioni, gli sarebbe stato impossibile vedere suo padre e parlargli, benché sentisse per lui un grande trasporto. Aveva una specie di nostalgia del padre, come si ha di una patria, ma al tempo stesso sapeva che suo padre non era più la sua patria. L’esercito non era più il suo mestiere” (p.271). In un esercito sempre più inutile e privo di motivazioni, Carl Joseph condivide l’esperienza di dissoluzione di molti ufficiali: il gioco, una donna da mantenere, i debiti che crescono a vista d’occhio senza che lui se ne renda conto. E’ un’esperienza di spreco (di soldi, di energie, di senso) e di perdita totale. Fino a quando non c’è più via d’uscita: o il suicidio per salvare l’onore o …chiedere aiuto al padre. Ed il vecchio capitano distrettuale Franz decide di aiutare il figlio. Una volta, quando era stato a trovarlo al fronte non era riuscito a dirgli, come avrebbe voluto, “ti voglio bene”. Adesso una forza ed un’energia smisurata si impadroniscono di Franz, che vuole salvare suo figlio. Non ha i soldi però e non trova chi glieli presti. Andrà dall’Imperatore! Il buon vecchio con  i mustacchi ormai bianchi si ricorderà che lui è il figlio dell’eroe di Solferino e sicuramente lo aiuterà. L’impresa sembra impossibile, il protocollo non prevede un appuntamento senza un lungo preavviso, ma lui non ha tempo, deve avere quei soldi entro pochi giorni. Come una furia, Franz supera ogni ostacolo, riesce ad incontrare l’Imperatore ed a salvare così suo  figlio. Siamo ormai nel 1914 e la guerra  scoppia in una situazione drammatica. L’esercito austro-ungarico inizia subito a ritirarsi dal fronte, subendo gli attacchi dei soldati russi. Immagini cupe di morte e desolazione accompagnano la ritirata: case bruciate, villaggi abbandonati, disertori e accaparratori veri o presunti, impiccati. Carl Joseph allo scoppio della guerra è tornato subito ad arruolarsi. Assiste sgomento alla disfatta, immagine premonitrice di ciò che ormai da anni era nell’aria: la dissoluzione dell’Impero. Fino a quando un giorno, per portare due secchi d’acqua ai suoi soldati assetati, si espone al fuoco dei cosacchi. Sente fischiare le pallottole, ma non ha paura, non pensa di poter essere colpito come gli altri. Il Puer che è in lui lo guida, sente suonare la marcia Radetzky come ogni domenica sotto il balcone di casa. Così muore, donando la vita per dissetare i suoi uomini, con una pallottola nella testa. Tornerà di notte, in sogno, a sostenere quel padre che, nel momento della perdita estrema, lo aveva amato. “A volte il capitano distrettuale sognava di suo figlio. Il sottotenente Trotta stava davanti a suo padre, il berretto da ufficiale pieno d’acqua, e diceva : ‘ Bevi, papà, hai sete!’. Questo sogno si ripeté spesso, sempre più spesso. E a poco a poco il capitano distrettuale riuscì a chiamare suo figlio ogni notte…” (p. 413).

L’esperienza di dissoluzione, perdita e dono sembra indicare nel sogno la possibilità di una rinascita dell’archetipo: il Puer disseta il Senex che ha sofferto per la sua morte.