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L'inconscio è il sociale, di Marisa Fiumanò

L'inconscio è il sociale. Desiderio e godimento nella contemporaneità. (Bruno Mondadori, Milano - Torino 2010)

L’autrice intreccia la riflessione sul ruolo della psicoanalisi con quella sulla società contemporanea offrendo spunti di riflessione e analisi critica molto interessanti.

Oggi il disagio psichico si esprime essenzialmente come “apatia del desiderio e eccesso di godimento.” Dipendenze e depressione sembrano sempre più legate al venir meno di quell’ordine simbolico che Lacan riconduce al “Nome del Padre”. Senza la parola del Padre infatti non si interrompe il rapporto duale, simbiotico o incestuoso, con la madre. L’identità personale, in particolare nella dimensione sessuale risulta così fragile e disturbata. Il venir meno dell’ordine simbolico rende più difficile la nascita del desiderio e consegna l’individuo al godimento, vissuto come soddisfazione immediata del bisogno.

Sembra però, tanto per Freud quanto per Lacan, che il desiderio inconscio, in quanto fissato sull’immagine della madre, sia destinato  a restare “strutturalmente insoddisfatto” per tutta la vita. L’originario stato di dipendenza dalla madre lascerebbe  nel figlio “una traccia mnestica indelebile” in grado di condizionare tutta la sua “futura vita amorosa” (p.29). La dialettica tra desiderio e godimento si svilupperebbe dunque sempre sotto il segno della mancanza della madre.

Senza entrare nella complessa questione teorica lacaniana della “manque à etre” e della differenza tra Fallo e Padre, vorrei suggerire che la presenza del Padre (anche a livello simbolico come Fallo e Nome) consente al figlio di esprimere il desiderio, non solo in campo sessuale, in una direzione che lo emancipa dalla mancanza originaria. Il Padre lo apre alla dimensione del tempo e alla relazione con il trascendente. In questo modo il desiderio tende a coincidere con il dono di sé (alla vita, a Dio, agli altri…) e cessa di identificarsi con la ricerca di un  impossibile oggetto d’amore, modellato sull’imago materna.

Mi pare che anche  Marisa Fiumanò fornisca qualche spunto in questa direzione. In particolare dove sottolinea l’importanza attribuita da Freud all’identificazione e all’amore per il padre. (Tema da me sviluppato in Attraverso il senso di colpa, p. 123) “Questa identificazione inconscia, – scrive Fiumanò – che  ai tempi di Freud trovava il suo supporto nel padre reale o in figure sostitutive, appare oggi sofferente, in cerca di un sostegno o di una referenza” (p. 45). Ma anche quando sostiene che “ la castrazione … implica essenzialmente la rinuncia al godimento pieno, mitico,  al godimento della madre” (p.61) e che solo Il  Nome del Padre, che ha sempre regolato le grandi civiltà, può consentire un accordo (più o meno riuscito) col desiderio (p. 65). Proprio l’intervento del limite dato dalla presenza del Padre rende dunque possibile la strutturazione del desiderio, l’uscita dallo stato di minorità legato al bisogno, tipico della dimensione infantile.

L’autrice propone poi una riflessione sul maggio del ’68 in cui il desiderio si manifesta in modo radicale, rischiando sempre, come dice Lacan, di sconfinare nel godimento, che presuppone, a livello immaginario, l’abbattimento di ogni limite. L’allargamento della prospettiva a livello politico verrà poi ripresa negli ultimi capitoli del libro.

Restando a livello individuale, anche il corpo si presenta come luogo privilegiato del godimento. Il corpo serve a godere, ma se viene lasciato alla sua inclinazione naturale sbocca nell’incesto. In questo caso si apre allora  la strada della psicosi, della perversione e di tutte le forme di tossicomania. “L’oggetto cercato e desiderato dal sapere del corpo” va dunque mancato. Ma come è possibile rinunciare alla Madre in assenza del Padre? Oggi la strada sembra spesso quella di sostituire l’oggetto fantasticato, la madre appunto, con il proprio stesso corpo, che viene divorato e autodistrutto, come accade per gli alcolisti e i tossicomani. In verità quello che consumano attraverso l’alcol e la droga è proprio il proprio corpo.

Particolarmente bello e intenso il capitolo che l’autrice dedicata al godimento/desiderio femminile seguendone la dialettica attraverso la relazione con il Padre, ma anche valorizzando l’alterità della psicologia femminile rispetto a quella maschile.  Il film Le onde del destino (1996) di Lars von Trier analizzato con finezza psicologica consente di evidenziare “l’estraneità e alterità della posizione femminile rispetto al mondo ordinato dal fallico” (p. 105).

Nella seconda parte, più breve, Marisa Fiumanò applica la riflessione psicoanalitica alla dimensione sociale e politica.  Sottolineo solo due punti che secondo me meritano particolarmente di essere approfonditi e che consentono un confronto tra  Lacan e Jung.

“L’inconscio è il sociale” che dà il titolo al libro riprende l’attenzione che Lacan dedica al linguaggio. Gli uomini sono “parlesseri”, immersi sempre nel linguaggio. L’inconscio pertanto  non può essere confinato nella dimensione personale o familiare. L’inconscio è, proprio in quanto linguaggio, necessariamente sociale. Questa tesi sollecita, a mio modo di vedere, un confronto con l’idea di inconscio collettivo di Carl Gustav Jung.

L’altro punto riguarda lo sviluppo dell’eguaglianza e il venir meno di una prospettiva trascendente. La nostra epoca ha spinto fortemente nella direzione dell’eguaglianza tra gli uomini e tra i generi. Di questa spinta si sostanzia la democrazia che pur essendo  probabilmente la migliore delle forme di governo possibili, non è esente da rischi in quanto si coniuga con una spinta altrettanto forte all’equivalenza dei consumi. Uno di questi rischi è di liquidare il desiderio a favore del godimento. Godi, soddisfa  i tuoi bisogni dice oggi  il mercato e promette di creare le condizioni per un godimento senza limiti. In quest’ottica ogni elemento di freno, ogni interdetto risulta dannoso. Si è così liquidata quella funzione paterna che, ponendo dei limiti, consente di passare dal mondo del bisogno e del godimento a quello del desiderio. (cfr. Paolo Ferliga La liquidazione del padre in Attraverso il senso di colpa, p. 30). La nostra società partecipa così di una mutazione che ha estromesso qualcosa di fondamentale: una funzione di estraneità e di trascendenza, simbolicamente rappresentata dal Nome del Padre.

Forse è utile oggi ripartire da questa “mutazione”, da questa nuova mancanza,  per verificare se il discorso psicoanalitico, nella ricchezza delle sue sfumature, ha ancora qualcosa da dire all’uomo contemporaneo. Il libro di Marisa Fiumanò, retto da un pensiero forte e da una sensibilità preziosa, ci aiuta a dire di sì.

Brescia 20 giugno 2010

Paolo Ferliga