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I nostri ragazzi e lo "sballo" di Claudio Risé

Claudio Risé
Su Avvenire 21 luglio 2009

I nostri ragazzi e lo «sballo» All'educazione servono dighe simboliche L’ordinanza del sindaco di Milano che vieta la vendita di alcolici ai minori di 16 anni è una misura giusta. Malgrado il di­lagare dell’alcolismo tra i più giovani, in I­talia non era ancora stata adottata (al di fuori della provincia autonoma di Bolzano, e, più recentemente, di Monza); è dunque anche coraggiosa e contagiosa, come con­fermano, per un verso, certe trasversali ir­ritazioni politiche e, per l’altro, l’avvio di a­naloghe e altrettanto trasversali iniziative. A uno sguardo più ampio appare però un’assunzione di responsabilità perfino ov­via: nessuna istituzione pubblica può ac­cettare che i giovani si autodistruggano, senza far nulla. Misure simili sono infatti già state varate direttamente dallo Stato perfino in Fran­cia, Paese dove la lobby dei produttori di alcolici è tradizionalmente fortissima. In Usa sono attive fin dall’inizio del millen­nio, con risultati eccellenti sia sulla dimi­nuzione dei consu­mi, che delle patolo­gie correlate; otte­nuti anche per le grandi campagne di informazione sui danni della sostan­za- base dello 'sbal­lo', anche alcolico: la cannabis e i suoi derivati, hashish e marijuana. La salute psicologica e fisica dei giovani occiden­tali è oggi infatti messa a rischio da diversi mix di sostanze (cannabis sempre presente, alcol, anfetamine, cocaina), as­sunte per fuggire dalla realtà e dalle loro re­sponsabilità nel mondo: la poliassunzione di diverse droghe è la regola. Di fronte alla crescente popolarità tra i ra­gazzi di uno 'sballo' che distrugge le loro capacità cognitive e affettive, la presa di po­sizione da parte del mondo degli adulti è dunque un atto dovuto, e indispensabile perché i giovani possano impegnarsi per la loro salute, e non per la propria distruzio­ne. Letizia Moratti lo sa bene, anche per il suo pluridecennale impegno personale nella fondazione e sviluppo di San Patri­gnano, fra le maggiori comunità di recupe­ro del mondo. I sindaci, i governanti, i ca­pi delle strutture educative, devono perciò assumersi la responsabilità di dire: noi non vogliamo che vi distruggiate e faremo quan­to possiamo perché ciò non avvenga. Chi detiene poteri decisionali pubblici, per es­sere credibile, non può però limitarsi a di­chiarazioni di intenzioni, ma deve accom­pagnarle con delibere, ordinanze, leggi. È stato detto (don Gino Rigoldi) che si trat­ta di un «gesto simbolico», dove simbolico sembra sinonimo di «inutile». Ma ogni nor­ma ha innanzitutto un valore simbolico: essa indica la posizione presa sulla que­stione dalla comunità, attraverso le delibe­re dei suoi rappresentanti. Senza questa prima assunzione di responsabilità, e o­rientamento, non si dà nessun sviluppo e­ducativo (è qui che nasce l’«emergenza e­ducativa »). Poi le norme vanno applicate, fatte rispettare, e non è mai una passeg­giata. Ogni genitore, ogni educatore cono­sce il delicatissimo processo di ascolto, at­tenzione, contrattazione che la norma met­te in moto, prima di arrivare alla sanzione. Per poter ottenere qualcosa però, almeno deve esserci la norma, accompagnata da una sanzione. Questa, come dimostra il do­cumentatissimo fallimento di ogni educa­zione permissiva, non è un atto di sadismo, o di arroganza: è invece un atto d’amore. C’è più amore in un 'no', anche dolente, sem­pre faticoso, ma franco e aperto alla spe­ranza, che un 'ni' ambiguo, che non chia­risce affatto da che parte tu, adulto, real­mente stia. A quel 'no', certo a forte vocazione sim­bolica, come sempre il 'no' del padre (che non è un carceriere ma, per necessità, un legislatore), il ragazzo potrà aggrapparsi quando potrà e vorrà, come ad una ma­no pronta a tirarlo fuori dalla palude del­lo sballo (apparentemente euforica ma profondamente depressiva), per resti­tuirlo al rispetto di sé e all’avventura del­la propria vita.

Claudio Risé