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Quel Don Giovanni è l'Ombra di tutti di A. L. Ronchi

Teatro e psicanalisi al San Carlino, di A. L. Ronchi

Articolo comparso sul Giornale di Brescia del 28 novembre 2008

Don Giovanni predilige l’oscurità; prima ancora di essere un sedotto/seduttore è un amante del caos, un nemico assoluto dell’ordine che, in questa lotta appassionata, ha come complici le donne che lo desiderano e, con lui, si perdono. La figura tratteggiata nell’opera di Mozart è un emblema di quel nesso profondo tra psicanalisi e teatro che percorre la storia, valgano ad esempio gli scritti in cui Freudha fornito le sue celebri interpretazioni di personaggi come Edipo ed Amleto. Ne hanno parlato, per il pubblico del teatro Sancarlino, lo psicoterapeuta e scrittore Claudio Risé e il regista Cesare Lievi, entrambi intervistatida Paolo Ferliga - docente di filosofia, psicanalista e scrittore - per il primo appuntamento dei nuovi «Lunedì» curati da Carla Boroni. Abbiamo a che fare con un legame allacciato tramite la struttura dell’inconscio, ha osservato Risé, docente di Psicologia dell’educazione all’Università di Milano Bicocca e presidente della Fondazione Piccolo Teatro della Città di Milano-Teatro d’Europa. «Il linguaggio delle immagini è ciò che fornisce materia primaad entrambi, psicanalisi e teatro - rileva Risé, che ha pubblicato sul tema il volume "Don Giovanni, l’Ingannatore" - in una rappresentazione dinamica, animata dai nostri contenuti interiori.Compito dell’analista è far conoscere tali immagini che si agitano nella psiche, allo stesso modo di chi mette in scena un lavoro teatrale. Junghaavutouna straordinaria intuizione: ha compreso che la terapia analitica, quando non si limita ad essere semplice supporto alle difficoltà,ma s’impegna a cambiare il paziente, si organizza in quello che egli chiama processo di individuazione, ossia in un confronto dell’io cosciente a diversi livelli, dai più superficiali (la maschera sociale) agli aspetti più profondi, come la zona oscura in cui si annida la stessa ombrosità delDon Giovanni». Per Cesare Lievi, regista teatrale (dal 1996 direttore del Ctb-Teatro Stabile di Brescia), poeta e drammaturgo, il vero nucleo è il rapporto fra attore e regista. L’attore è una persona che deve trasformarsi in personaggio, che «non è la cosa più facile mondo». In particolare bisogna costruire il personaggio, sia esternamente, sia andando oltre ciò che appare, per giungere «alle sue crepe, ai segreti e agli abissi, che vanno colti e mostrati». «L’attore si avventura su unterrenominaccioso - ha sottolineato Lievi -, in quanto i due "io" possono confondersi. Per non parlare dei temi dell’animus e dell’anima, ovvero ilmaschile nel femminile e il femminile nel maschile. Nel melodramma questi travestimenti avvengono in maniera ambigua». Il rimando alla psicanalisi è immediato per Risé: «A monte, abbiamo la grande questione della formazione. La legge italiananon prevede che lo psicanalista debba a sua volta sottoporsi ad analisi, ma questo porta a scoprire un "lato tremendum". Se qualcosa è rimasto nell’ombra, infatti, è per una ragione importante, come accade nella relazione demoniaca attore-regista. Tale oscurità va illuminata, ma questa operazione in quanto sacra deve sottostare a regole ». Dello stesso avviso Lievi, il quale puntualizza che anche il regista dev’essere preparato ed avere precise competenze. «Il teatro non può essere frutto di improvvisazione - rimarca -. Se fosse solo intrattenimento, non varrebbe la pena farlo. Esso, invece, èunlavoro di scavo, di ricerca, che deve rivelare l’umano al pubblico nella forma della partecipazione ». Don Giovanni è un archetipo dell’inconscio collettivo, che passa nel teatro del ’600, presentato come un personaggio empio, pericoloso e connotato dalla forte ostilità verso il padre, ma che nel tempo perde le sue caratteristiche drammatiche per approdare a versioni più "morbide" ed edulcorate. «Hovoluto nel mio libro -hadetto Risé - restituirgli l’originario delirio nevrotico. La banalizzazione mi sembra rappresentativa di una paura della modernità di fronte all’abisso e alla perdita». Proprio questa complessità ne rende così problematica la trasposizione teatrale. Ha concluso Lievi: «È un’opera che esige uno sforzo incredibile».

Anita Loriana Ronchi