Il sito utilizza cookies per una migliore esperienza di navigazione.

In ricordo di Pietro Barcellona

Il 6 settembre 2013 è morto Pietro Barcellona. 
Di seguito, tratto dalla rivista on-line Il covile, n.769 il ricordo di Mario Tronti e Armando Ermini

IL RICORDO DI MARIO TRONTI.

PIETRO BARCELLONA era un intellettuale militante: una specie che ha costituito a sinistra una norma e ora è un’eccezione. Di essere questa eccezione, ha avuto piena consapevolezza fino agli ultimi giorni. Era anche uno studioso di specialissima qualità culturale. Di formazione giuridica, aveva allargato i suoi interessi ai più vari campi del sapere, dalla filosofia, non solo del diritto, alla sociologia, all’antropologia, alla teologia. Da decenni coltivava una vera passione per la psicanalisi. Confessò che il passaggio politico dell’89 gli aveva procurato una seria depressione, che curò con quegli strumenti terapeutici, e di lì rimase per sempre coinvolto in quegli studi di introspezione nei lati oscuri della mente.

È stato un affascinante docente d’Università, nella sua Catania, con molti allievi, ma sempre in giro, disponibile a parlare con tutti e dovunque. Era uno straordinario affabulatore, brillante, ironico, tagliente, dissacrante. Sorrideva mentre parlava, e diceva spesso il contrario di quello che ci si aspettava di ascoltare. Praticava la politica, anche di base, da convinto comunista, parlamentare del Pci, vicinissimo collaboratore di Pietro Ingrao, animatore della rivista Democrazia e diritto e presidente del Centro per la Riforma dello Stato, in uno dei momenti di maggiore vivacità di ricerca e di dibattito. Ancora oggi era una presenza amata e cercata nel Crs, e ne sentiremo dolorosamente la mancanza.

L’ultima occasione di incontro d’anime, come si dice, era stata l’iniziativa di quella lettera sull’emergenza antropologica che avevamo redatto insieme a Beppe Vacca e a Paolo Sorbi. Si era appassionato all’argomento con un entusiasmo che direi quasi infantile. Ci credeva che quello fosse un problema. Del resto, da qualche anno si era introdotto in quel sentiero di confine, che va sotto il nome di post-umano. In una Lectio per l’occasione di un compleanno di Ingrao, aveva scelto di trattare proprio questo tema. La sua critica, a volte con toni apocalittici, di una manipolazione tecnologica del corpo, e dunque della vita, lo impegnava in prima persona. Aveva, in tarda età, incontrato sul suo cammino la dimensione religiosa, in primo luogo cristiana. Incontro con Gesù, è uno dei suoi ultimi libri. Aveva scritto sempre molto. Fitta la sua bibliografia, vasta, come dicevamo, di argomenti.

Ma era la sua simpatica, aperta, gioviale, estroversa, capacità di contatto con gli altri che più si ricorda e che più rimpiangeremo. Si spendeva nelle più diverse iniziative, sempre pronto a partire ad ogni invito di discussione. Fino all’anno scorso, ad esempio, dalla sua Sicilia saliva, in pieno agosto, verso le montagne del Nord-Est per partecipare agli annuali incontri dell’associazione Macondo, con rivista Madrugada, su invito di quella straordinaria figura che è don Giuseppe Stoppiglia.. Aveva colto, recentemente, con la sua acuta percezione degli slittamenti interiori provocati dall’attuale disagio di civiltà, che accanto al ragionare, al pensare, andava ritrovata e coltivata la necessità del sentire, accanto alla mente la psi- che, possibile motore di riconoscimento reciproco e anche occasione di una nuova possibile volontà di ribellarsi. Soffriva a volte per il suo forzato isolamento. Avrebbe voluto essere di più coinvolto nelle battaglie del presente.

Pietro era uno di quegli uomini, preziosi, che la politica alternativa, antagonistica, come voleva lui che fosse, ha colpevolmente dimenticato, con grave danno per sé e per tutti. Dovremo tornare non solo a ricordarlo ma a studiarlo, a ripercorrere le traversie della sua ricerca purtroppo interrotta. È un impegno che prendiamo come Crs, la sua vecchia casa, dove oggi gli amici e i compagni lo piangono.

Fonte e ©: www.centroriformastato.org, 10 settembre 2013.

 

IL RICORDO DI ARMANDO ERMINI.

La sinistra si è smarrita per una ragione molto semplice: perché ha abbandonato ogni idea di bene comune. Prima, seppure nella forma perversa dello Stato totalitario, sottoponeva l’idea della libertà individuale a qualche limite. Crollata l’adesione a questa forma di Stato, è rimasto solo un atteggiamento libertario [...] La sinistra è nata storicamente come un’eresia del cristianesimo. Questa eresia è stata portata a conseguenze nefaste, ma non era figlia del liberalismo. Era figlia di un’altra visione (Intervista al supplemento di Avvenire, «È Vita», del 26 febbraio 2005).

 

COSÌ scriveva Pietro Barcellona in occasione dei referendum promossi per abrogare la legge 40 sulla procreazione assistita. Ho scelto queste parole perché vi leggo la disillusione di un uomo di sinistra per la metamorfosi che ha porta- to il mondo a cui è appartenuto a fare proprie concezioni che in origine gli erano estranee. Potremmo discutere se quella metamorfosi era ineluttabile, come ha sostenuto con ottime ragioni Augusto del Noce, ma non toglierebbe o aggiungerebbe nulla all’importanza e all’originalità del- la figura di Pietro Barcellona, e con lui di pochi simi altri intellettuali d’area, nel contesto di una sinistra ormai antropologicamente colonizzata dal Capitale, nonostante affermazioni sempre più generiche e vuote di senso utili solo per dissimulare una realtà indicibile.

Barcellona era acutamente consapevole che nella post-modernità il problema antropologico è diventato centrale.

Mentre l’epoca precedente è stata caratterizzata dal dominio della natura, oggi quest’ultimo si presenta come dominio della vita. Il dominio della natura significa mettere a profitto un terreno, costruire una città. Il dominio della vita consiste in- vece nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente [...] Ciò che consente la manipolazione del- la vita è la convinzione che la vita stessa non ha valore, all’interno di una visione nichilista che travolge ogni idea di diritto. [...] All’aurora del nuovo mondo, le norme giuridiche al pari di qualsiasi bene sono prodotte a partire dal nulla e possono essere ricacciate nel nulla.

Quella della libertà assoluta dell’individuo è, per Barcellona, una tragica illusione che travolge ogni concezione antropologica, perché «il patrimonio che riguarda il futuro delle generazioni non è disponibile da parte del singolo» e «ci sono questioni che riguardano la cultura e l’antropologia che non possono essere a disposizione di una libertà senza limiti». Fra queste la differenza sessuale e il fatto di nascere da un padre e una madre, che escludono i sogni deliranti, sempre la- tenti, di autosufficienza e di onnipotenza.

Nella prefazione all’ultimo libro di Claudio

Risé, Il padre, libertà, dono (edizioni Ares, 2013), Pietro Barcellona affronta per accenni ad un altro tema tabù per la sinistra, l’attacco alla figura paterna e le sue conseguenze regressive sul piano psichico.

Senza l’emancipazione, che si realizza attraverso una figura paterna non più vissuta come un antagonista mortale, ognuno di noi resta ‹legato› alle pulsioni negative, implicate in ogni rapporto simbiotico con la madre, che portano prima o poi al desiderio di distruggere tutto per tornare a uno stadio allucinato di totalità onnicomprensiva, con la conseguenza della delegittimazione di tutte le autorità religiose e politiche.

Quando poi, in Il suicidio dell’Europa, sottolinea che la fecondazione artificiale «risulta ascrivibile alla categoria della mercificazione della vita» il cerchio si chiude, e si delinea con chiarezza ciò che un marxista dimenticato, J. Camatte, definisce il «dominio reale del capitale», ossia la sua presa su ogni aspetto della vita fin dal suo for- marsi, in contrapposizione all’antico e ormai superato «dominio formale» che si limitava a impadronirsi del tempo di lavoro degli individui.

Nessuna meraviglia quindi, se il suo per- corso si è incrociato con quello della Chiesa cattolica, ultimo baluardo contro il nichilismo contemporaneo, e in particolare con Benedetto XVI il cui rigore intellettuale si di- mostra sempre più indispensabile affinché ci sia chiarezza sull’entità delle poste in gioco nel tempo attuale. Nel 2011 Barcellona, Tronti, Vacca e Sorbi, in occasione della lettera aperta al PD in cui si poneva con forza la questione antropologica, furono chiamati marxisti ratzingheriani. Definizione che restituisce bene il senso e il merito dell’opera di Barcellona: contribuire ad una Comunità che stia insieme non perché costretta o autocostretta da un contratto sociale, ma per intima e sentita condivisione da parte dei suoi membri dei cardini antropologici che ne sono alla base e che la ordinano. E che sono anche la condizione necessaria perché ci sia piena libertà di dividersi sui temi sociali e politici fra progressisti e conservatori, o fra laici e catto- lici, sapendo di non mettere in discussione la coesione di fondo della società.

da Il Covilef Wehrlos, doch in nichts vernichtet / Inerme, ma in niente annientato (Konrad Weiß Der christliche Epimetheus) N° 769